Associazione Bichi Reina Leopardi Dittajuti

LA SIGNORIA DEI MULUCCI A MACERATA

Estratto da: Nobiltà, Rivista di Araldica, Genealogia, Ordini Cavallereschi, Istituto Araldico Genealogico Italiano, (Settembre - Ottobre 2005, n° 68)

MASSIMO MALLUCCI DE’ MULUCCI

“… ogn’erba si conosce per lo seme…”
(Dante. Purgatorio, c. XVI v. 114)

All’inizio del XIV secolo Macerata era un Comune relativamente piccolo. Si contavano appena 1800 famiglie, a fronte, ad esempio, delle 3500 di San Severino, delle 3600 di Fabriano, delle 6000 di Ascoli Piceno e delle 10000 di Fermo. Eppure assume, in questo periodo, una grande importanza, tanto da conseguire il titolo di città e l’inserimento tra le civitates maiores.
Ottenne la sede vescovile ed aumentò anche il proprio territorio comunale.
Questo aumento della propria influenza politica è dovuto al fatto che Papa Giovanni XXII, intorno al 1320, volle punire le città che avevano partecipato alla lega ghibellina, con particolare riferimento a Fermo e Recanati. Alla prima tolse parte del territorio comunale e la seconda venne privata della sede vescovile che passò a Macerata, come premio, appunto, per essere stata “filii et fideles della Chiesa”. Macerata venne anche individuata come residenza dei rettori e dei vicari della marca anconitana. Il periodo storico è quello che vede inasprirsi il conflitto tra Papato ed Impero, tra comuni guelfi e comuni ghibellini. Macerata, nel 1316, venne attaccata da un esercito capeggiato da Federico da Montefeltro che fu, però, respinto. Da quel momento la posizione guelfa della città si consolidò in modo inequivocabile.
In questi anni si evidenzia la crisi del regime comunale che aprì la stagione delle Signorie che si consolidarono anche nelle Marche.
In effetti le contraddizioni all’interno dei Comuni avevano determinato una crisi irreversibile: le lotte tra nobili e ricchi borghesi, tra i rappresentanti delle arti minori contro quelli delle arti maggiori, i guelfi contro i ghibellini, continue sollevazioni popolari. Tutto questo incideva negativamente sulle attività produttive, provocando crisi economiche e povertà diffusa.
D’altra parte il sistema comunale non poteva controllare e risolvere la situazione, visto che i propri organi rappresentativi spesso duravano in carica per brevi periodi (pochi mesi o, al più, un anno) e subivano continui capovolgimenti per le lotte tra le fazioni.
Ecco, dunque, che andò consolidandosi l’idea di affidare il potere ad una sola persona, anche a vita, che fu chiamato “Signore”.
Le Signorie, quindi, ebbero varie origini. In alcuni casi il “Signore” è già una figura conosciuta nella città, con un potere consolidato che determina la sua affermazione. In altri casi il Signore appartiene all’aristocrazia feudale e proviene dal territorio circostante la città, pur avendo interessi ed influenza all’interno delle mura. Abbiamo, poi, alcune Signorie che si sono sviluppate a seguito di azioni violente, da parte di uomini d’arme.
Con bolla 6 giugno 1323 Papa Giovanni XXII nominò Vescovo della città Pietro de’ Mulucci, dei Frati Minori, che figura tra i beati dell’Ordine, appunto, dei francescani. Nel testo della bolla Pietro è indicato come “episcopus in spiritualibus et temporalibus”.
Scrive lo storico Libero Paci (1) che tale espressione è da ritenersi “ambigua e ancor più favorevole ai Mulucci” che governavano, di fatto, già la città e che estesero il proprio potere su Montecosaro e Morrovalle, in perfetto accordo con i rappresentanti pontifici.
Se è vero, infatti, che a partire dal XIII secolo lo Stato Pontificio “fu scenario di una serie di frazionamenti territoriali” e che molte potenti famiglie locali, approfittando dell’indebolimento dell’autorità, per il protrarsi della sede avignonese, si erano trasformate in vere Signorie indipendenti, pur mantenendo il riferimento formale alla sovranità del Papa, a Macerata la Signoria dei Mulucci ebbe sempre il favore del Pontefice lontano che, da Avignone, concesse al Comune “esenzioni da tributi” e privilegi particolari, proprio successivamente al tentativo, non riuscito, dei ghibellini fermani di rovesciare la Signoria dei Mulucci, sì da far intendere, con tali provvidenze, il proprio appoggio alla famiglia che stava consolidando il proprio potere sulla città.
Con Fedo de’ Mulucci (2), fratello del Vescovo Pietro, si affermò definitivamente la Signoria della famiglia su Macerata, come ben precisato da A. Theiner nel “Codex diplomaticus domini temporalis S. Sedis” Vol. II p. 117 (1860) (3)

I Mulucci ebbero, dunque, una investitura pontificia, una legittimazione da parte della popolazione (4), mentre il loro potere può essere definito di duplice origine, in quanto era già consolidato in città, oltre che nel circondario, visto che la famiglia apparteneva ad una aristocrazia proveniente dalle campagne del territorio vicino a Macerata.
V’è da dire, infatti, che i Mulucci erano già affermati e noti in città, fin dai primi anni del secolo XIII quando venne a Macerata, da Alteta, un “Dominus Mulus” che, nel 1219, era presente alla stesura dei patti tra Macerata e Montolmo.
La famiglia si affermava anche nel territorio circostante, tanto che un Muluccio junior fu podestà di Montegiorgio e nel 1269 a Castelfidardo. La famiglia possedeva una casa anche a Montecchio.
Scrive Libero Paci: “La qualifica di Dominus presuppone un elevato stato sociale di personaggio assunto, quale testimone ad un atto relativo alla politica estera maceratese”, in un momento in cui Macerata si stava estendendo territorialmente verso sud. Il Compagnoni ricorda Muluccio quale podestà di Castelfidardo nel 1269 e come, nello stesso anno, militasse sotto Carlo d’Angiò.
Muluccio fece anche parte del Consiglio speciale “Liber reformationum”.
Vincenzo Galié ricorda anche il nome di Ruggero Mulucci, vivente nei primi decenni del secolo XIII e facente parte di uno di quei gruppi di “Signori” favoriti dal Vescovo di Fermo e attribuisce a tale famiglia il potere sul Castello di Montesecco, posto a nord ovest di Fermo, menzionato sin dal 1154.
Guarnaccia “de’ Mulutiis de’ Macerata” nel 1309 fu Capitano del popolo a Siena e, nell’anno seguente, a Lucca. Nel 1336 fu nuovamente a Siena come Podestà; provvide alla ricostruzione di parte delle mura, come si legge nelle “memorie delle famiglie maceratesi” opera manoscritta del secolo XVII, ove è riportata l’iscrizione da una lapide posta sulla porta, detta “della giustizia”, in Siena.
Sotto lo stemma dei Mulucci (un muletto rampante, imbrigliato e bardato,il tutto al naturale, sormontato da un lambello, intercalato dai gigli d’Angiò), si trova l’iscrizione, ove si legge: “In Dei nomine amen. Incepta fuerunt fieri hac moemia tempore nobilis militis domini Malucci de’ Muluccys de civitate Macerata honore Potestati Senarum anno MCCCXXXVI”.
Lo stemma dei Mulucci e l’iscrizione scolpiti sulla porta della “giustizia” di Siena sono riprodotti in una lettera, datata 7 novembre 1665 ed inviata al Pompeo Compagnoni, autore de “La Reggia Picena”.
I figli di Bonleone, fratello di Muluccio, furono Fedo e Pietro che, grazie ai rispettivi ruoli, consolidarono il potere della famiglia su Macerata. Il primo ne fu, come detto, il Signore ed il secondo venerato vescovo. Resse la Diocesi per lungo tempo, sino al 1347, anno in cui morì novantenne. Fu sepolto nella chiesa di San Francesco, da lui stesso consacrata, incendiata, poi, dai francesi nel 1799 e successivamente demolita.
A lui spettò l’onore di porre la prima pietra del Santuario di Loreto che, in quel tempo, come detto, dipendeva dalla Diocesi di Macerata.
Il Vescovo Pietro de Mulucci cercò di favorire ed accrescere la devozione alla Vergine Lauretana. Si legge, in effetti, in “Lauretana Historia”, opera del Torsellini, edita a Roma nel 1597: “Episcopus Maceratensis, in cuius diocesi Recinetum erat, summa Recinetensium approbatione aedificando circa sacellum templo adiecerat animum”.
In effetti la miracolosa traslazione avvenne nel 1294, quando Pietro de Mulucci aveva 37 anni e, quindi, in grado di ben valutare l’avvenimento. A questo proposito v’è da dire che alcuni storici, come Antonio Vogel e Oliviero Tozzi, gli hanno attribuito un trattato sulla traslazione della Santa Casa, “Historica enarratio almae Domus Beatae Virginis Lauretanae”, che avrebbe un grande significato di testimonianza, proprio per il periodo in cui sarebbe stato scritto. Altri storici, come lo Chevalier, hanno, al contrario, sostenuto che tale trattato sarebbe stato scritto in epoca del tutto successiva ed impropriamente attribuito al nostro Vescovo.
Comunque sia, Pietro dimostrò zelo e saggezza nella conduzione della sua Diocesi. Si adoperò per dirimere le controversie alimentate da chi si opponeva alla istituzione della Diocesi di Macerata che aveva determinato una diminuzione di giurisdizione territoriale dei Vescovi di Fermo e di Camerino. Pacificò le fazioni e si adoperò per la pace.
A testimoniare il benessere raggiunto dalla città di Macerata con la Signoria dei Mulucci, nel 1326 venne costruita la “Fonte Maggiore” su cui vennero posti gli stemmi della famiglia che volle l’opera.
Pompeo Compagnoni, parlando della Signoria dei Mulucci, proprio in riferimento a tale costruzione, scrisse: “…nel quale tempo… edificarono… per decoro e comodo del pubblico, Fonte Maggiore, una delle opere più magnifiche secondo la frugalità dei tempi in fin oggi della Marca”.
Come detto, accanto allo stemma di Macerata e ad un bassorilievo di San Giuliano a cavallo, vi erano le “armi” dei Mulucci “l’una colla mula con tre gigli di Fedo… e l’altra del leone rampante con cinque gigli di Bonleone…”.
Oggi tali stemmi sono stati trasportati nell’atrio del Palazzo “Mozzi Borgetti”, sede della biblioteca Comunale, e, lì, possono essere ancora ammirati (5).
Quando il Cardinale Egidio Albornoz prese, con la forza, il potere nelle Marche, riordinando l’amministrazione e la giustizia in tutto il territorio, con le famose “costituzioni egidiane” i Mulucci continuarono a reggere il “rettorato” della città e, così, ricoprirono, pur sempre, un ruolo preminente e cariche pubbliche.
Dopo l’intervento albornoziano alcuni appartenenti alla famiglia Mulucci si trasferirono in altre città.
Li troviamo, ad esempio, a Fano, a Siena. Un Cicco de Mulucci fu castellano di Amandola (aveva un piccolo esercito di 18 soldati) e fu ambasciatore di quella città presso i Varano.
La città di Macerata, come noto, era privilegiata nella nobiltà locale e conservava i relativi stemmi e libri d’oro, sino al decreto della Segreteria di Stato Pontificia del 14 maggio 1823, che sancì il censimento di tutte le città, alle quali erano state attribuite le prerogative di cui sopra.
Lo stemma e il nome della famiglia dei Mulucci risulta inserito nell’elenco delle famiglie nobili e patrizie della città di Macerata “sulla scorta dei libri delle riformanze, degli ordini dei SS. Superiori e di altri documenti dell’archivio comunale di Macerata”. L’opera di ricostruzione, dopo le distruzioni conseguenti la rivoluzione giacobina, è dovuta al conte Aristide Silveri Gentiloni.
Vengono ivi ricordati gli anni di aggregazione alla nobiltà: 1219, 1252, 1396.

NOTE:

(1) LIBERO PACI, l’apporto alla vita sociale Maceratese, p. 659.

(2) Libero Paci ci ricorda una testimonianza del 1357 “Fedus de Mulutiis dictam civitatem tenebat inter se et dominum Molutium patruum… Nutiarellus de Mulutiis favebat et adherebat dicto Fedo….” (op. cit.).

(3) Sulla “Signoria” dei Mulucci a Macerata vedasi anche la Storia degli italiani di Cesare Cantù, Torino, 1858.

(4) “… Non si rattennero anch’essi di acclamare Fedo co’ fratelli de’ Mulucci… per Signori… ”. POMPEO COMPAGNONI, La Reggia Picena - overo de’ presidi della Marca, in Macerata 1661.

(5) Un’accurata ricostruzione della storia della “Fonte Maggiore” è stata recentemente pubblicata dalla rivista “La Rucola” di Macerata che, nel numero di febbraio del 2004 ha ricordato la costruzione dell’opera “voluta da Muluccio Mulucci e “edificata dai mastri Maceratesi Domenico e Marabeo”.


 

BIBLIOGRAFIA

CESARE CANTU, Storia degli italiani, con note di Gaetano Barbati, Napoli, 1857-1859
CARLO CAPOTASTI, Storia di Macerata, Macerata, 1971
Memorie delle famiglie maceratesi (opera manoscritta del XVII secolo)
ULYSSE CHEVALIER, Notre-Dame de Lorette: etude historique sur l’authenticite de la santa casa, Parigi, 1906
POMPEO COMPAGNONI, La Reggia Picena ovvero de’ presidi della Marca, Agostino Grisei, Macerata, 1661
LIBERO PACI, Ma c’era Macerata, Macerata, 1989
ARISTIDE SILVERI GENTILONI, Genealogia della famiglia gentiloni discendente dai Gentili di rovellone Conti di accola o aquile e signori dei castelli di rovellone, avoltore, precicchie, rotorscio, Tolentino, 1936
AUGUSTIN THEINER, Codex diplomaticus dominii temporalis S. Sedis: recueil de documents pour servir a l’histoire du Gouvernement temporeil des Etats du Saint-Siege, Roma
ID., Vetera monumenta Hibernorum et Scotorum historiam illustrantia quae ex Vaticani, Neapolis ac Florentiae tabulariis deprompsit et ordine chronologico disposuit ..., Roma, 1864
OLIVIERO TOZZI, De rebus gestis Pontificum Maceratensium, Macerata, 1886
JOSEPH ANTON VOGEL, De ecclesiis Recanatensi et Lauretana earumque episcopis: commentarius historicus; Recanati, pp. 115-116


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